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Un ricevitore Meteosat che rifiuta la fine delle trasmissioni

di Marino Parodi
8 marzo 2026 - 12:00

Un po' di storia sul Meteosat Prima Generazione (MFG) e degli apparati per riceverlo

Fig.1 La stazione Meteosat presente in Osservatorio

Su uno scaffale dell'Osservatorio riposa un piccolo museo dell'ingegno elettronico. Non è un soprammobile, né un anonimo apparato: chiunque abbia avuto l'hobby dell'elettronica negli anni 80-90 non può non averlo già visto. È il mitico – sì, proprio lui – ricevitore Meteosat di Nuova Elettronica. Una scatola metallica con pulsanti e manopole che oggi chiameremo "vintage" ma che allora era semplicemente tecnologia allo stato puro.

Fig.2 Ricevitore e convertitore

A chi le parole "Converter Croma Zoom di Nuova Elettronica" non dice nulla, diamo indizio qualche. C'era un'epoca in cui gli apparati elettronici non si compravano solo già fatti, ma si assembravano in kit, seguendo le istruzioni proposte da una rivista che si comprava in edicola. Tra le diverse, la più iconica era senza dubbio "Nuova Elettronica". Tanto fumo di stagno, resistenze, condensatori e dita bruciacchiate dal saldatore. I kit dell'epoca, non erano solo un hobby, erano un piccolo rito. Si montavano componente dopo componente, si alimentavano, funzionavano. Più o meno come desideravamo. I più complicati avevano la "taratura": girare un trimmer.

Niente firmware da aggiornare, niente driver da installare: solo schemi elettrici, elenchi componenti da consultare con la massima attenzione e il piacere di vedere un circuito prendere vita.

La Nuova Elettronica aveva una capacità narrativa notevole: riusciva a trasformare tre transistor nel gadget più utile ed indispensabile o nello strumento più preciso e affidabile. Ed era proprio l'introduzione al circuito a fare il lavoro più importante, quella che ti faceva decidere se acquistare il kit o meno.

Ma qui la cosa è diversa. Con il "Converter Croma Zoom" pubblicato sul numero 116 nel luglio 1987, fece un salto ulteriore. L'incipit della rivista non parlava semplicemente di un decoder video. Parlava di come avere immagini satellitari con lo stesso apparato di compagnie aeree, centri di previsione, servizi meteo internazionali. In pratica significava avere in casa le previsioni meteo "come in televisione". Sette mappe consecutive che, richiamate in sequenza, producevano una vera animazione meteorologica. Oggi lo chiameremmo in loop. All'epoca era quasi magia.

Fig.3 Convertitore Croma Zoom aperto, impolverato

Non era più un montaggio: era poter dire "ricevo le immagini dal satellite". Chi lo montava vedeva una sala operativa meteorologica. Vedeva le immagini satellitari scorrere sul proprio televisore. Vedeva la perturbazione avanzare sull'Europa in una sequenza a colori generata nel suo laboratorio.

E qui c'è l'aspetto più affascinante: l'aspetto diventa a colori.

Schermate dalla rivista 116, terza di copertina. Solo nelle copertine si poteva stampare a colori

Il satellite trasmetteva in scala di grigi. Il segnale era monocromatico. Il colore non arrivava dallo spazio. Veniva generato localmente. Il sistema associava livelli di luminanza a crominanze artificiali secondo una palette predefinita. In termini moderni, una colorazione digitale basata su soglie. Un'evoluzione che, in ambito amatoriale, anticipava concetti che oggi consideriamo scontati: buffer video, palette mapping, animazione sequenziale.

Il messaggio era chiaro: non stavi costruendo un circuito. Stavi portando a casa una tecnologia da centro di controllo. La rivista riusciva a far percepire il progetto come un varco, un accesso diretto allo spazio e ai dati atmosferici globali.

Ed era quella introduzione — più ancora della reale utilità del servizio — a far prendere la decisione: "Lo costruisco".

Il Meteosat analogico

Bisogna dire che la ricezione dei satelliti meteorologici non era una novità. Fin dalla metà degli anni '60 i primi satelliti americani venivano già ricevuti da radioamatori con apparecchiature spesso autocostruite, in gran parte a valvole. Si trattava di veri pionieri, che vissero in prima persona il passaggio dalle valvole termoioniche ai transistor e ai primi circuiti integrati digitali. La complessità delle operazioni e le attrezzature in gioco rendeva però questa attività accessibile solo a pochissimi super-esperti.

Fig.4 Modello del Meteosat Prima Generazione - fonte wikipedia - Neq00

L'interesse aumentò sensibilmente nel 1977 con il lancio del primo satellite meteorologico europeo, Meteosat-1 (MFG). Fu il capostipite di una serie di sette satelliti di prima generazione che si avvicendarono in servizio fino al 2017. In particolare, Meteosat-7, l'ultimo della serie, lanciato nel 1997 e progettato per una vita operativa di sei anni, rimase in funzione per circa venti, anche se i dati periodicamente ricevibili terminarono nel 2006.

Nonostante il crescente interesse, solo nell'aprile 1983 comparve sempre su Nuova Elettronica il primo progetto organico di ricevitore completo: antenna parabolica, LNB, ricevitore e convertitore. Fu probabilmente il primo sistema realmente costruibile anche da un semplice lettore, senza dover essere necessariamente un professionista del settore. Bello, nulla da dire. Complicatissimo, e un po' critico. Ma pur sempre immagini statiche. Nessuna animazione, nessun movimento fluido come in televisione. I tempi non sono maturi.

Fig.5 Ricevitore LX.551 montato da Carlo il 16/10/89

Le energie non sono spese sull'estetica, ma sulla sopravvivenza del segnale. La vera battaglia è a monte: mettere a punto l'LNC. Frequenze altissime, potenze bassissime. Un rapporto segnale/rumore che non perdona errori. Ogni decimo di dB conta. Era un'epoca in cui il satellite meteorologico non era un sito internet o una app sul telefono, ma un segnale da conquistare.

Si lavora lì: stabilità dell'oscillatore locale, rumore di fase, figura di rumore complessiva della catena RF. Il satellite trasmette con pochi watt a 36.000 km di distanza. A terra arrivano i microvolt immersi nel rumore. Prima ancora di parlare di immagini, bisogna catturare quell'ago di segnale in mezzo al pagliaio di rumore.

Niente effetti speciali. Solo guadagno, filtraggio, adattamento d'impedenza e schermature fatte bene. Prima il segnale. Poi si penserà al resto.

Per chi ha seguito solo in parte, ricapitoliamo in modo ordinato i parametri della trasmissione Meteosat analogico, concettualmente simili a quelli dei satelliti meteorologici statunitensi della stessa epoca.

Si tratta di satelliti geostazionari: orbitano a circa 35.786 km di quota e ruotano con la stessa velocità angolare della Terra. Dal suolo appare fissi in cielo. Questo è un vantaggio operativo: l'antenna può essere puntata una sola volta e non necessita di inseguimento.

La trasmissione dell'immagine non è continua. Il satellite acquisisce la scena terrestre con uno scanner radiometrico e, a intervalli regolari (tipicamente un'immagine all'ora), invia il flusso dati per alcuni minuti. Per l'hobbista non è ideale: la verifica della funzionalità dell'impianto si può testare solo qualche minuto all'ora.

La portante RF è nell'ordine di 1,7 GHz (banda L per le prime generazioni Meteosat). Per l'epoca era una frequenza impegnativa: richiedeva parabola direttiva e un convertitore a basso rumore montato in prossimità del fuoco.

Il blocco fondamentale è l'LNC (Low Noise Converter). Questo stadio: amplifica il segnale ricevuto (pochissimi microvolt), minimizza la figura di rumore complessivo, e converte la frequenza da ~1,7 GHz a una frequenza intermedia molto più bassa.

Tipicamente l'uscita viene traslata intorno ai 137–140 MHz, una banda gestibile con ricevitori VHF modificati o dedicati.

Fig.6 Altra vista del ricevitore LX.551

Da quel punto in poi la catena è più "umana": un ricevitore con larghezza di banda adeguata demodula il segnale. La modulazione è di tipo analogico. In pratica, all'uscita del ricevitore si riceve semplicemente un segnale audio: lo si può ascoltare in altoparlante oppure registrare su nastro. Il problema diventa quindi trasformare quel suono in un'immagine.

Per farlo serve un circuito dedicato, chiamato convertitore, che traduce il segnale audio in un'immagine in bianco e nero visualizzabile su uno schermo televisivo. Il principio di funzionamento è relativamente semplice, anche se a prima vista può sembrare controintuitivo: l'informazione dell'immagine è contenuta nelle variazioni del segnale audio, e l'apparato si occupa di ricostruire riga per riga la luminosità dei punti.

La catena di ricezione radio, infatti, rimane sostanzialmente la stessa; ciò che determina la resa visiva è la capacità del convertitore di interpretare correttamente il segnale e di riprodurlo sullo schermo.

Si può fare un paragone con la televisione: il segnale ricevuto è identico, ma la qualità percepita cambia molto se lo si osserva su un piccolo televisore oppure su un grande schermo OLED. Qui accade qualcosa di analogo: lo stesso segnale può produrre risultati molto diversi a seconda delle prestazioni del convertitore.

Il Croma Zoom è proprio questo. Sostituisce il vecchio e sperimentale LX.553 e proietta l'appassionato in un nuovo mondo. Ma era davvero complicato da montare.

Fig. 7 Il convertitore montato da Carlo il 13/10/89. Credo - ma non ne sono certo - che alcuni kit si possono acquistare già montati e quelli con questa etichetta fossero assemblati da personale di Nuova Elettronica.

Un numero colpiva subito: 55 integrati. Cinquantacinque. In un'epoca in cui un progetto con tre o quattro IC era già considerato impegnativo, trovarsi davanti a una scheda del genere significava entrare in un'altra categoria. Tecnicamente il Converter Croma Zoom LX790 non era un semplice accessorio video. Era, di fatto, un computer dedicato, travestito da kit elettronico.

Fig.8 Lo Z80 al centro della scheda principale LX.790

Al centro della scheda c'era uno Z80, non un generico controller ma un vero microprocessore a 8 bit, con indirizzi bus, bus dati e logica di controllo separata. Oltre a tutto quello che serve per gestire la parte analogica dell'immagine. L'idea era questa: il segnale è sì analogico, ma tramite un convertitore A/D si può trasformare in bit 0 e 1, salvarlo in memoria, richiamarlo, trasformarlo in immagini e vederle in sequenza. Menù in OSD e opzioni numerose inconsuete per l'epoca. Lo schema elettrico occupava più pagine della rivista. Non era un foglio: era un atlante. Bus paralleli che attraversavano la carta, decodifiche indirizzi, latch, multiplexer, logica TTL in quantità. L'elenco dei componenti era quasi intimidatorio.

E in effetti lo era.

La memoria RAM era organizzata in modo modulare, inserita verticalmente in uno slot che, agli occhi di chi montava il kit, evocava immediatamente il mondo PC. All'epoca tutto ciò che si infilava in verticale sembrava professionale.

Fig.9 Il modulo RAM

Non si trattava solo di memorizzare un'immagine. C'era una gestione della temporizzazione video, del refresh, della mappatura cromatica, della selezione delle pagine, dell'animazione sequenziale. Tutto orchestrato da firmware residente in EPROM.

Per l'autocostruttore significava entrare nel territorio dei sistemi a microprocessore: clock, reset, linee di controllo, gestione memoria. Non più solo filtri, amplificatori e oscillatori, ma architettura digitale completa.

Fig.10 Accensione della Croma Zoom

Il paradosso affascinante è questo: mentre il satellite trasmetteva un'immagine monocromatica analogica, in casa si costruiva una macchina capace di digitalizzarla, archiviarla, colorarla e ritrasmetterla in RF verso un televisore domestico. Un'intera catena di elaborazione dati concentrata in un kit da banco.

E per chi lo montava, era probabilmente il primo vero sistema a microprocessore costruito con le proprie mani.

Diamo i numeri

Nel numero 88 aprile 1983 veniva pubblicato il ricevitore LX.551. Rimane lo stesso utilizzato in accoppiata con il convertitore Croma Zoom.

Nel numero 116 luglio 1987 viene pubblicato il Croma Zoom Converter. LX790 (scheda principale) LX.791/A, LX.791/B, LX.792, LX.793 e LX.794. Dopo qualche numero il LX.842 sarà il piccolo modulo "orologio".

Fig.11 LX.842 il modulo orologio con la relativa pila un po' ossidata

Seguiranno poi il LX.927 (interfaccia cassetta). Sì, perché se è vero che da un tono audio si può ricavare un'immagine, nulla vieta di salvarlo come se fosse una canzone, su nastro magnetico. Per questo in Osservatorio è presente un bel registratore a nastro Technics. Non dimentichiamo infine il kit LX.826 necessario per calibrare il sistema).

Fig.12 L'interfaccia a cassetta LX.927

Nove circuiti stampati, decine di integrati, centinaia di componenti passivi.

L'interfaccia cassette pubblicata sul numero 130/131 Giugno/Luglio 1989 terminerà la serie, da qui in poi saranno "solo interfacce" per PC.

Concludiamo

Fig.13 Una immagine del Converter con registratore e monitor

Questo lavoro nasce con uno scopo puramente divulgativo e storico. Le immagini utilizzate provengono da materiali d'epoca in nostro possesso ma anche da immagini protette da copyright (anche se la rivista è fallita nel 2012); la loro presenza in questo articolo è intesa esclusivamente come citazione e riferimento culturale. L'obiettivo non è la riproduzione commerciale dei contenuti, ma il riconoscimento del lavoro e dell'ingegno di chi progettò e costruì apparati come il Meteo Zoom Croma Converter, strumenti che rappresentano una parte importante della storia della ricezione dei satelliti meteorologici. Riproporre questi materiali significa contribuire a preservare una conoscenza tecnica che rischierebbe altrimenti di andare dimenticata. L'associazione "Amici dell'Osservatorio" che promuove questa attività opera senza fini di lucro e con il solo intento di documentare, studiare e mantenere viva la memoria di queste realizzazioni tecnologiche.



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